ARTHUR DUFF

Nel riferirsi al suo lavoro creativo, Arthur Duff tende a non parlare di ‘opere’, ma di un’unica e continua ‘sperimentazione’; così come nell’indicare l’elemento verbale o luminoso – che ne sono tra le principali componenti costitutive -, invece di usare espressioni come ‘parola’ o ‘luce’, privilegia termini quali ‘infor- mazione’ e ‘viaggio’. Partendo da queste considerazioni sulla identità fluida e anti-intellettualistica della sua poetica, possiamo tentare una lettura della mostra da lui pensata per Villa Pisani non tanto nei termini superficiali di una sequenza di interventi all’apparenza altamente tecnologici e spettacolari, ma in quelli di una declinazione mutevole, complessa e strettamente contemporanea, della identità strutturale e architet- tonica stessa di questo luogo, in dialogo con le coordinate spaziali di un presente ormai quasi interamen- te costituito da esperienze di realtà digitale e virtuale.

14 novembre 2013 by Duccio Goleno

Nei lavori pensati da Duff per Villa Pisani, è possibile individuare quale elemento connettivo l’ipotesi di una traduzione spaziale dell’elemento luminoso: una luce pensata non come dimensionalità esteriore e atm sferica, ma come spazio noetico complesso di un flusso informativo continuo e mutevole. Nelle proiezio- ni al laser, fondate sulla combinazione di luminoso artificiale e linguaggio spazializzato, così come nelle stratificazioni annodate di allusi frammenti stellari, la luce è per Duff la possibilità metamorfica prima di un transito (un viaggio, appunto) nell’universo dell’informazione come materiale fisico e dinamico potenzia mente infinito. L’informazione (luminosa, linguistica, strutturale) è recepita come una sostanza concreta da modellare e spazializzare, muovendosi tra due poli opposti di complessità: da un lato, la sua forma base che è la luce fotonica, polarizzata nel flusso del laser; dall’altro, il linguaggio, sua ipotesi organizzativa, che a Duff non interessa in termini convenzionali o allusivi, quanto architettonici. La parola è il modulo fon- dante e metamorfico di questa spazializzazione prototecnologica dell’umano, in quanto struttura archite tonica archetipa del cervello stesso, che in essa estrinseca i propri percorsi interni. Il raggio laser, attrver- so cui essa si materializza in proiezioni luminose, è a sua volta forma elementare e fondativa, in quanto artificio origine dell’informazione condivisa. Per Duff la tecnologia è luogo ideativo, ancora prima che stru- mento realizzativo: egli procede ideando secondo coordinate immateriali e cerca di tradurre in corporeità una virtualità che è oggi la nostra esperienza estesa e complessa di fisicità. Una visione positiva e razio- nale, che dialoga con l’idealità palladiana: come la scatola prospettica, la “divina proporzione”, l’equilibrio sottile e luminoso tra le parti, e tra l’insieme e il tutto, è divenuta a Villa Pisani casa abitabile e percorribile nella spazializzazione ideativa concreta di Palladio, così le immagini in movimento di Duff traspongono l’identità di questi spazi in una dimensione solo all’apparenza fantascientifica, che è in realtà l’interferenza tra le milioni di immagini e percezioni possibili, in questa ‘situazione’, di quell’illimitato universo informativo che costituisce oggi il nostro orizzonte conoscitivo.

Per l’esterno, Duff ha concepito una proiezione laser verde di circa 80 metri: parole luminose rotanti sull’asse alla base dell’edificio, tra la facciata posteriore della villa e l’intera estensione del prato retrosta te, secondo una direttrice proiettiva diagonale e destabilizzante, che sorprende e investe fisicamente i vi- sitatori. La frase che la costituisce, “sing about the past but feel it in the present”, intenzionalmente non ha alcuna origine letteraria o aulica, ma è tratta da un’intervista del cantante pop Damon Albarn. È stata scel- ta dall’artista per sottolinearne l’ovvietà e la potenziale adattabilità a qualsiasi situazione: in questo caso, alla relazione attiva tra passato e presente sottesa all’intervento artistico stesso in dialogo con l’ed ficio storico. La proiezione lavora sul cambio di scala: è chiara ed esatta quando investe la facciata, in una rotazione che ciclicamente fa interferire e metamorfizzare ogni parola nella successiva, ma si fra menta e deforma distendendosi lungo tutto il prato, percorrendo la sua estensione in un dialogo tra verde naturale e artificiale. L’architettura è asse e schermo insieme, rende possibile il materializzarsi del linguagio/luce, come presenza concreta e luogo di attenzione, non come percorso puramente concettuale: la parola è materiale elastico, informazione luminosa che si distende e si contrae nel frammento spaziotemporale in cui si rende leggibile.

Se l’intervento esterno si fonda su questo collasso dimensionale che mette in gioco forzatamente il senso di scala nel sottolineare l’unione e la continuità tra edificio e contesto naturale, la proiezione interna è impostata invece su una idea di frammentazione e contrapposizione. In una delle sale d’angolo, Duff ha scelto di agire sul soffitto a grandi travi, secondo una direttrice inedita a Villa Pisani: in un ambiente buio e immersivo, un laser magenta (colore volutamente extra-spettrale, cerebrale, che l’artista mi ha definito un “chiasmo puro” coniugante le due estremità visive verso l’ultrarosso e l’ultravioletto, scelto per ottenere il massimo effetto di artificialità) fa ruotare parole tra loro ortogonalmente intrecciate al loro centro, su un asse disassato rispetto al parallelismo delle travi. L’immagine si modifica, a seconda del punto di vista che si assume nella stanza, in sempre diverse coordinate spaziali e fisiche di esperienza del luogo. Il soffitto della sala, costituito da un’alternanza di positivo e negativo, postula un ritmo binario di presenza e assenza; anche la frase qui scelta da Duff lavora sull’opposizione di materiale e immateriale: “spirit is a bone”, espressione hegeliana assunta dalla frenologia in senso noetico, giustappone collegandoli l’el mento indefinibile e quello strutturante. L’origine stessa del flusso laser viene intenzionalmente occultata nella sua dimensione fisica, trasformandosi in un lontano orizzonte alluso – non un unico punto individua- to – da cui escono proiettate le parole sul soffitto: come se arrivassero da un buco nero, in cui si dispiega questo viaggio portatore di informazione che è la luce. Duff pensa anche spazialmente secondo coordna- te strutturali linguistiche, per cui la sintassi oppositiva della frase assume qui la morfologia luminosa di una costruzione rotante a croce. Attraverso questa interferenza fisica ed emotiva tra immagine e lingua- gio, tra direzionalità della proiezione e suo modificarsi continuo, tra artificialità dell’elemento luminoso e struttura storica dell’edificio, il suo intervento tende a un progressivo coinvolgimento e immedesimazione tra visitatore e spazio, in un cortocircuito temporale che unisce passato e presente.

Proseguendo il percorso in una delle cantine, incontriamo alcuni lavori realizzati da Duff con nodi stra- tifcti e spazializzati, le cui configurazioni reciproche riprendono e rendono interferenti alcuni frammenti di ammassi stellari riportati nel settecentesco catalogo astronomico di CharlesMessier. Come residui di energia luminosa pietrificata, costruiscono una realtà, un percoso di coordinate intrecciate: il nodo chiude la sorgente stellare, ferma il viaggio della luce/informazione, la rende materia grumosa, che si addensa e rarefà nel respiro del cosmo. Sulla contrapposizione tra microcosmo e macrocosmo, lavora anche il pic- colo laser verde collocato ad angolo in fondo a questo spazio, costituito dalla frase “the mind of the world, a cell in its brain”: espressione tratta daWorld Brain di Herbert GeorgWells, che costituisce già negli anni Trenta del XX secolo uno dei testi precursori delle attuali ipotesi di accrescimento organico di connessioni e scambi di informazioni al di fuori della coscienza individuale.

In questa sua fluidità sfuggente, la sperimentazione aperta di Duff vuole essere la negazione di qualsias moralità imposta o posizione intellettualistica a priori: rifiuta il linguaggio come slogan universale, conve- zione sociale, letterarietà esemplare, espressione assoluta dell’ego, per utilizzarlo invece come spazio di libertà combinatoria, che non postula mai un ritorno all’ideologia o all’artista come fonte, ma dischiude il flusso d’informazione a una progressione illimitata. Secondo coordinate empiriche e situazionali delle qua- li è difficile stabilire una genealogia storica, ma che possono essere rapportate alla declinazione positiva di un nuovo postmoderno dialogante e relazionale, in cui la libertà non è più perdita di un centro, ma il suo diffondersi e moltiplicarsi in una miriade di nodi significanti possibili. Il suo lavoro non è spettacolari- zazione digitale di uno spazio fisico dato, ma esperienza attuale di un nuovo spazio informativo cerebrale, che nel tessuto connettivo di una tecnologia elementare coniuga fisico e digitale, reale e virtuale. Uno spazio che vive al contempo di schizofrenia e sorpresa, ciclicità e intercambiabilità. Un distillato umanist- co dell’esperienza virtuale, che le vuole restituire fisicità in questi spazi di luce: luoghi possibili di un flusso informazionale, che direziona il proprio viaggio tra le infinite possibili architetture di Villa Pisani.

Author: Duccio Goleno

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